Homo pretzel, strudel di razza ariana

Homo pretzel

La stazione di Bressanone è alle mie spalle da dieci minuti. Nelle orecchie ho ancora la voce dura di una signorina che frusta un altoparlante intimando di non attraversare i binari. Nello stomaco un coro di grilli e cicale reclamano di essere sepolti da un inverno
di pastasciutte. Lo zaino da 100 litri che vive sulla mia schiena da 14 ore mi ha regalato una strana gravidanza mi ritrovo incinto di uno zainetto nero, altrettanto pesante. Sono le 2 di pomeriggio ed è tutto chiuso. Per giunta è domenica, e quello che è chiuso alle 2 rimarrà chiuso almeno fino a domani. Ok, passo. Devo raggiungere Varna, ma la parola raggiungere in questo caso è lunga 4 chilometri, da pronunciare a piedi, perché è domenica e anche le porte degli autobus sono chiuse. Mi avvicino ad un gruppo di giovani, ignaro del pericolo e gli porgo la mia domanda (la strada per Varna). Ne ottengo risate, risposte in tedesco, un’ironia di cui non riesco ancora a rendermi capace. Non riesco ad unirmi alla loro ilarità, insofferente per la loro intolleranza verso il mio handicap, dichiarato sotto la voce cittadinanza della mia carta d’identità. Un italiano risponde in inglese ad altri italiani su suolo italiano e se ne va verso nord, con il cuore stracciato dalla vergogna per quel gruppo di strudel e con in gola il sapore salato del ricordo di quelle teste di pretzel.

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