Kameraten

Mi tolgo una camicia stanca quasi più di me, mi libero di quel macigno che avevo sulle spalle al posto dello zaino e mi dirigo da Nova, un ipermercato dell’eletronica che è proprio a due passi dall’ostello. Scopro infatti che questo è un punto davvero strategico: stazione, negozi, servizi: tutto è a portata di gambe. Entro nel centro commerciale che è una specie di matrioska: dentro al palazzo ci sono una trentina di shop e in ognuno di essi un negozio ancora più piccolo. Alcuni sono talmente stretti e pieni di roba che non si riesce ad entrare nemmeno, altrimenti si potrebbe scoprire che sono infinitamente ricorsivi. Entro con un’idea tutta italiana del centro commerciale, ne esco con l’immagine di un megabazar dove l’elettronica qui è una merce esattamente come il pesce spiaggiato per terra ai piedi delle bancarelle di I-lan. Regolare, Watson. In quanto all’assortimento, gli occhi non fanno in tempo a capire che cosa si sta guardando, ma tutto appare come un blob di lettori mp3, ipod e relativi accessori, hard disk, portatili, cellulari, stampanti. Una polpetta digitale, un minestrone di transistor. Mi aggiro lentamente per tutti e 5 i piani di questo palazzone osservando il comportamento degli altri: la gente sa quello che vuole, infila il mestolo nel brodo di articoli e tira su; ma i prezzi, per quanto convenienti, sono ancora molto alti rispetto alle mie aspettative (o al mio immaginario). Rimango stordito dalla varietà degli articoli, ma un po’ deluso: ho trovato una fotocamera che mi piace, ma su Internet potrei ordinarla alla stessa cifra. Faccio una lunga passeggiata rimanendo a pochi isolati dall’ostello. Vedo una palestra: dovendo rimanere una settimana qui posso provare a portare le mie abitudini anche qui, magari è l’occasione per conoscere nuova gente e per capire meglio questa città. Dall’esterno sembra una discoteca e alla reception ci sono solo modelle. Tutto è bellissimo, anche il salotto in cui mi fanno accomodare sembra un privè. Arriva Ken (all’anagrafe Uan Scin Scien Mu Chian), che mi spiega che un ingresso costa 500 talleri (una frega!), ma che può chiedere al titolare se è possibile attivare un abbonamento settimanale per 1000 talleri (ottimo!). Coglie l’occasione per sfoderare anche lui un biglietto da visita (aridaje) e mi chiede di chiamarlo l’indomani alle 3. Siusciè e a domani. Mi accorgo che il venticello di poc’anzi ha perso ogni vezzeggiativo e la pioggia che prima cadeva timida sugli ombrelli, adesso li rivolta, li piega, li spezza, li squaderna. Per terra c’è una fossa comune a cielo aperto di carcasse metalliche: il tifone sta arrivando e colpirà con tutte le forze. Ancora non mi rendo conto della gravità della situazione: cammino tranquillo, il peggio deve arrivare. Trovo un negozio di fotocamere e decido di provare ad entrare, anche se sono le 9.30 ed e stanno per chiudere “Sony Cybershot” è la parola d’ordine. Mi mostrano un modello che avevo visto poco prima, ad un prezzo che è la metà di quello che ho trovato da Nova. La compro: in Italia la pagherei più di una volta e mezza tanto. Con quel po’ di cinese che ho imparato (grazie a Ken si è aggiunto nihao, che significa ciao) mi aggiudico anche uno sconto niente male. La commessa è gentilissima e confeziona la macchinetta con una cura incredibile: allaccia la cinghia, sistema il copri-obiettivo, si assicura che la patina di protezione dello schermo sia posizionata bene, la lucida, controlla la batteria e la scheda di memoria, compila la garanzia. Il tutto con una calma incredibile, considerato l’orario. In Italia me l’avrebbero tirata addosso, cartone e tutto. Torno in strada, ritrovo il tifone ancora più minaccioso: il cielo si sta incazzando. Decido di mangiare qualcosa prima di tornare in ostello. Tra le tante proposte della strada, mi lascio convincere da una bancarella che propone arrosticini vari. C’è una bancarella con gli spiedini in fila: ognuno prende una vaschetta e vi mette dentro ciò che vuole mangiare. Il prezzo di ogni vivanda è esposto chiaramente. Si parte da un minimo di 10 talleri, uno spiedino di funghi costa 20, un calamarone 50, una coscia di pollo 60 (il massimo). Elementare, fiuu. C’è un barbecue enorme e il cuoco sferruzza sulla griglia robe con un odore davvero invitante. Meno invitante è il fatto che il figlio continui a toccare il cibo con le mani per riordinarlo. Però c’è un sacco di gente in fila, sinonimo di qualità (con le dovute attenuanti). Scelgo due spiedini di funghi e, in uno slancio di amore per la geometria, anche un ignoto rettangolo marrone a pois. 60 talleri. Una ragazza accanto a me mette nella vaschetta due petti di pollo, una coscia, un calamarone, tre spiedini di frattaglie varie, due di funghi, due rettangoli e qualche altra diavoleria che ora non ricordo. Purtroppo la mia roba sarà cotta prima ancora che le venga fatto il conto, e la mia curiosità rimarrà insoddisfatta. Gli spiedini vengono messi sulla graticola, rivoltati velocemente, e spennellati con una salsa di condimento. Intendiamoci: il cuoco usa proprio un pennello da parete, non un pennellino da cucina: lo immerge in un barattolo, da una prima mano di vernice al cibo, rivolta e passa la seconda. La moglie del cuoco mi mostra un peperoncino per chiedermi se mi piace il piccante. Annuisco e subito il marito prende un altro pennello da un secondo barattolone e ripassa una finitura rossa. Intanto il figlio smazzetta con le mani gli spiedini crudi sulla bancarella, ne aggiunge dove mancano, risponde al cellulare, sistema una coscia di pollo fuori posto, prende i miei soldi, accarezza un calamarone, mi da il resto. Il mio arrosto viene tagliato, messo in una busta di cartone e mi viene servito. Cotto e mangiato, insomma. Mi rendo conto che devo mettere da parte ogni idea di HACCP, ISO e igiene alla italiana, se voglio cenare senza sensi di colpa. Per quanto semplicistica, la regola del cibo da strada è antica e dicotomica: ben cotto è sicuro, crudo no. Ogni ulteriore ragionamento è puro scrupolo. A conferma, i funghi sono strepitosi, il rettangolo marrone è una prelibatezza, nonostante l’aspetto da stronzo di Euclide. Ritorno in ostello, l’ostello internazionale della gioventù, davanti alla stazione di Taipei, sicuro di non dover condividere il mio sedere con nessuno, che non è poco. Alcune note: quando non pubblico per un po’ è perchè sto scrivendo: mi piace l’idea che questo possa diventare un diario di viaggio.
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