More. Ancora.

Per quanti mi conoscono bene non sarà una novità leggere della mia passione per la frutta, di cui mi ritengo un drogato. Davvero difficile spiegare le ragioni di questa mia dipendenza, però sono orgoglioso di essere schiavo di qualcosa ad impatto quasi zero (un po’ come la verdura). Forse un giorno approfondirò l’argomento. Per ora mi accontento di descrivere la sensazione provata un pomeriggio di agosto, quando mi sono ritrovato in un campo di more. Il piacere di immergere le mani tra i rovi e di portarle alla bocca tinte di un nero dolcissimo è indescrivibile. Lo ammetto, mi sono perso. E così, una dopo l’altra le more sono diventate l’inglese “more”: ancora..
More. Ancora. More.
More, dentro mille occhi neri, nere more.
Con il sudore sulle dita stanche,
sulle labbra nere di piacere e more.More come i tuoi capelli neri, nere more.
Morbide di zucchero e mature,
colme, esperte bacche
di ricordi gonfie, more.More. Ancora. More.
More dov’è più dolce la tua pelle,
là è la mia. E la mia, more.
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